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 Ephpheta (Apriti)

Ricordo di  Idilio Dell’Era (1904-1988)

Quando il silenzio
vorrà dirti « Ephpheta », allora,
solamente allora ti aprirai,
ti condurranno alle colline d’oro
gli angeli della sera.

 

Il testo che è stato rappresentato per commemorare il ventesimo anniversario della morte (1988-2008)

Pieve di S.Giusto a Balli (Sovicille) Domenica 30 Novembre 2008 (ore 16,30)

 La chiesa romanica di S.Giusto a Balli  La mappa per raggiungere la chiesa di S.Giusto

                                                                                                   

Presentare Idilio Dell’Era, a vent’anni dalla sua morte, e a oltre un secolo dalla sua nascita, significa dover rendere conto della formazione umana, culturale e spirituale  di uno dei più validi e prolifici scrittori del novecento toscano che ha lasciato nel corso della sua lunga vita di impegno letterario  oltre 40 opere di poesia, narrativa, saggistica, agiografia e un archivio di manoscritti, presso la Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, di notevole entità che attende ancora di essere sistemato, studiato e valorizzato adeguatamente.

E’ un compito difficile e impegnativo anche perchè si deve tenere conto che la figura di  Idilio Dell’Era  è stata poco studiata in questi venti anni che ci separano dalla sua morte e non adeguatamente riconosciuta dalla critica ufficiale quando egli era ancora in vita.  Bisogna inoltre considerare che la sua eredità  rischia di essere lasciata inaridire anche nella Sua Toscana, regione da lui tanto amata ma dalla quale non ha ancora avuto il riconoscimento che si sarebbe potuto aspettare.

 A Idilio Dell’Era, autore di opere come “La mia Toscana” , “Leggende toscane” e dell’inno del Palio di Siena che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico,tributiamo dunque  oggi tutti gli onori , anche di quei tanto toscani che ancora non lo conoscono .

 Per rendere il dovuto omaggio alla sua figura di uomo e di artista abbiamo pensato ad  una rappresentazione che potesse far conoscere un po’ la sua opera , cercando di immaginare come riuscirebbe a fare lui se potesse parlarci direttamente. Abbiamo deciso così di lasciar parlare direttamente lui , nella finzione teatrale, attraverso soprattutto le sue poesie, riservando a noi stessi solo il ruolo di chi intervista, pone domande, legge e ascolta.

Per tale ‘finzione letteraria’ abbiamo utilizzato un po’ di immaginazione e le informazioni biografiche conosciute nelle sue opere edite o che sono riportate nei manoscritti.

 

 

        ===================

Brano musicale


 

D.- Come vuole essere chiamato:” Idilio Dell’Era” ,  Don Martino Ceccuzzi, oppure Monsignore?

IDILIO- Lasciamo perdere il Monsignore perché è un titolo onorifico che mi è stato dato troppo tardi e poi io ai titoli non ci ho mai tenuto.  Se vuole parlare come me di poesia e letteratura mi chiami pure ‘Idilio’ , preferisco che mi si chiami ‘Don Martino’ solo quando svolgo la mia funzione religiosa, in chiesa, con i miei parrocchiani.

D,- Ma perché ha scelto questo nome: “Idilio Dell’Era”, c’è un significato particolare?

IDILIO- Nessun significato particolare, salvo quello che esprimono in sé le parole:”Idilio” è una visione personale e poetica della realtà che trae ispirazione dalla Natura, come vi è in certe liriche leopardiane: ha presenti gli idilli di Leopardi?

D,- …e “Dell’Era”, perchè?

IDILIO- Perché sono un uomo di altri tempi, diciamo del passato.

D.- Si spieghi meglio. Come fa a considerare un ‘valore’ essere considerato un uomo di altri tempi proprio quando tutti, ma proprio tutti gli autori e i poeti aspirano ad essere considerati attuali?

IDILIO- Diciamo che sono un uomo innamorato del passato, soprattutto di quello della nostra terra di Toscana, di quel ‘passato’che affonda le radici nel medioevo  e che con la memoria mi riporta a un tempo di cavalli e di carrozze, di servitù in livrea, di nobiltà stivalata in assetto di caccia, alla quiete della campagna, rotta dal canto di un gallo o dall’abbaio di un cane…quel passato che ancora conservano le città toscane , come Siena, con le sue stradine senz’ombra che appaiono e scompaiono, come un volo di tortora. Queste, pur che uscissi di casa, anche con la neve, mi hanno sempre invogliato a far quattro passi, magari fino al Poggiarello. E ogni volta, entrandovi, ho sempre conservata la stessa impressione d’esser preso dalla magìa di quel passato. Che fa venire voglia di posare gli occhi in una cantica della Divina Commedia e di declamarne un bel verso.

 


Cielo di sera XE "Cielo di sera"  


Cielo di sera illuminato

io più di ogni altro ti amo,
incendio d’oro sul prato
e si indeserta l’albero
e l’uccellin sul ramo.


Cielo di sera, segnami

il tuo morire in fronte,

di un’altra età son io

il figlio trascurato

né più il domani è mio.

 

L’anima del passato XE "L’anima del passato"  

L’anima defunta del passato

amo, amo gli autunni pallidi, i tramonti,

musiche d’acque a piè dei monti

e i chiostri silenziosi dove,
in un bianco di luna,
vanno gli angeli scalzi:
amo le cose che il pallore
hanno dei vecchi.

 

 

E’ triste XE "E’ triste"  

È triste dire « Fui », anima mia

e camminiamo a ricercare insieme

quel che perdemmo e ne è rimasta l’eco:
in un brusìo di foglie era la voce

di quel bambino che non torna più,

stagione di illimitati confini,

a specchio d’acque, tu, raggio di sole,

nostra infanzia di gridi:
voi, nel galoppo biondo

di criniere al vento,
butteri di maremma,

emblemi della nostra gioventù!

 

 

Paesaggio senese XE "Paesaggio senese"  


Io sempre amai, come te, cipresso
i colli rotondi nella luna
e gli inerbiti presbiterii, i chiari
cimiteri connaturati ai campi
e il saio di erme strade.
Non mi attristò l’aspetto
tuo funereo: n’ebbi anzi dolcezza.
Allo spiovuto cielo d’estate,
quando tutto tremavi di voci,
l’arcobaleno ti fioriva in seno
e dai rami odoranti esalavi
un’anima d’infanzia.
Or polveroso viandante
ed ora anacoreta tra due sassi,
sempre antico come il mare e gli astri,
tu mi apparisti: e la cicala
in te cantava e il vento.



 


D.- Non teme con questa esaltazione del tempo passato di apparire, diciamo così, inattuale e un po’ superato?

IDILIO- L’essere inattuale non mi fa paura perché ogni epoca vive la propria ‘modernità’ dimenticando momentaneamente gli autori dell’epoca precedente ma poi ad essi ritorna.

 Questa voglia di rompere con il passato per proiettarsi con velocità verso il futuro è stata  tra l’altro una malattia del mio secolo e rischia di esserlo anche del vostro. Voi ‘giovani’ (chiamo così tutti voi che appartenete alle generazioni successive alla mia) cominciate forse a rendervi conto appena ora di quanto distruttivo sia stato il Novecento, non solo con le due  guerre mondiali ma anche  con la sua  idea del “progresso universale”, i cambiamenti che ne sono conseguiti sono stati come un terremoto che ha spazzato via    le civiltà che si erano tramandate intatte per millenni. Io ho vissuto come  un “sopravvissuto” (scusa il bisticcio), un eremita scampato a questo “flagello” del progresso universale.

 

 


Cimitero di macchine XE "Cimitero di macchine"  


Sotto la pioggia, ah! come anche voi piangete,

scheletri di macchine, inutili carcasse,
rottami del nostro fuggire,
spettri del nostro domani:
brillò ciascuna
coi suoi vetri al sole
ora non è che un suono
di lamiere.

 

 


D. – Se dovesse definire con una parola sola la nostra epoca, distinguendola da quelle che l’hanno preceduta, come la definirebbe?

IDILIO Ma…non saprei, ma credo che potrebbe essere chiamata l’epoca delle macchine e dei ‘rumori’. E’ un po’ questa ‘la dannazione’ che è toccata, mi sembra, all’epoca contemporanea. Mi sembra di averlo scritto in una poesia dedicata a Dante Alighieri che faceva… sì, mi ricordo, diceva così:

 

O padre Dante, se per avventura

ti fosse dato ritornar tra i vivi

vedresti tutto un mondo di sozzura:

 

L’inferno che dipingi e di cui scrivi

ha dentro i cuori posto le radici

e son gli spirti mali ed i lascivi

 

di bitume impastati e di vernici:

il nostro inferno è quello dei motori

che divorano l’ore più felici.

 

Noi condannati a viver di rumori

siamo le folle anonime stordite

barcollanti in un pelago di orrori.”

 

 

 

Idilio: Ora capirai perché la vostra epoca non mi è mai piaciuta: io ho vissuto sempre nel silenzio della natura e degli anacoreti; il silenzio del passato è stata la luce che mi ha illuminato e ispirato.

 


Ephpheta XE "Ephpheta"  (ti aprirai)


Quando il silenzio
vorrà dirti « Ephpheta », allora,
solamente allora ti aprirai,
ti condurranno alle colline d’oro
gli angeli della sera
: vedi,
nella valle dei poveri,
mietono, da secoli, la messe
degli eremiti bruni e dei giullari,
raggianti in volto d’isole celesti.

 

 

SOLITUDINE


Di là dalla parete, claustrale bianca,
e il tuo silenzio che fiorisce d’ombre:
ah, non sterile sale nella notte
questo sommesso salmodiare intenso,
rugiada di celesti primavere.


Venditori di parole vane
più non sentiamo l’inviolato accordo

che adegua il volto della statua

alla beltà della rosa: noi
dispersivi dell’ora rivelata.


Conosco la tua quiete
albeggiata di luna, il passo lieve
e la siepe del tempo:
del mio vanume mi derubi
e di te vasto divengo.

 

 

 

SOLE AL TRAMONTO


Mi illumini e mi illudi,
sole al tramonto, in questa
povera stanza dove
due canarini cantano per noi,
suono di un «carillon» tanto remoto, io penso

di avere sempre sognato e mai vissuto:
un piccolo presepe addormentato,
un focherello che si spenge muto.
Sole al tramonto, immagine
di quel che si è perduto, in questa
povera stanza dove
due canarini cantano per noi.

 

 

 

 


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Brano musicale

 


D.- Riprendiamo il filo del discorso intrapreso. In che senso la poesia trova ispirazione dal passato?

IDILIO- Prima di tutto la mia poesia trae ispirazione dal passato, come quella credo dei grandi poeti che mi hanno preceduto. Il mio motto è sempre stato questo:

Se vuoi essere giovane diventa antico”.

 

Dante,che nel medioevo è stato il poeta che è riuscito a lasciare a noi l’immagine più viva della sua epoca, era legato a Virgilio.

Petrarca col il suo libro intimo, “Secretum”, riesce a darci un’immagine viva del suo animo di umanista, ispirandosi alle confessioni di S.Agostino, con il quale dialoga come se fosse un suo contemporaneo.

Leopardi era profondamente legato ai Greci e tutta la sua poesia, modernissima, trae ispirazione dalle cose passate, che sono tanto più poetiche tanto  più risultano vaghe e indeterminate. Anche per quanto riguarda la mia poesia, io trovo altamente poetiche non solo  le cose passate e incompiute…

D.- Solo questo?

IDILIO-Naturalmente essi riescono ad essere sempre ‘moderni’, anche se inattuali, perché la loro letteratura si ispira al ‘vero’ alle cose concrete, alle persone vive e reali.

Dante, ad es., incontra Virgilio, incontra Beatrice, persone vere che altro non sono che la Poesia, la quale, come fa Virgilio a Dante, rivela, di volta in volta, paesaggi, aspetti, volti, colori che prima il lettore non conosceva. D.- Che cosa ti spinge a poetare?

IDILIO- Che cosa mi ha spinto e mi spinge a poetare e che cosa mi preme comunicare con la poesia? Dirò: è perché mi sembra di essere a colloquio con una persona vera! Inoltre vorrei che la poesia fosse, come fu per Dante, la purificazione , la catarsi dell’anima mia. Credo che, se Dante è miràbile nei tenebrosi gironi dei dannati e nei pallidi cerchi dei purganti, è addirittura meraviglioso nel regno della luce quando scioglie la sua preghiera alla Vergine Santissima.


D.- Accetto il tuo invito alla concretezza. Parlami dunque della tua infanzia.

 

IDILIO- La mia vita si è svolta tutta nella mia Toscana, fra Siena, Firenze e Grosseto: in questo spazio ridotto , che io chiamo cubicolo meo.

 

 

Toscano all’antica.


Se mai dovessi rinascere, vorrei un paese tutto per me:
uno di quei paesi di Toscana che sitano di stalla a un miglio di distanza, su un poggio d’olivi e di quercioli.
Venuto al mondo in un casamento di campagna, in proda a uno sterrato, costretto a mutar sempre residenza, non potrò mai dire ‘ il mio paese ‘. Perciò, d’estate, mi sento uccello ferito e senza nido, quando, chiuso l’anno scolastico, sciamano dalle aule insegnanti e ragazzi per tornare al loro villaggio, al loro borgo, a un bernoccolo di case qualunque dove c’è un campanile e l’appalto.
Per quanto meschina e pettegola, la gente di paese è sempre pronta all’amicizia e alla confidenza, la città invece inganna e delude, ci chiude in un esilio di disprezzo e di sopraffazione. È dunque naturale che qualche volta mi fermi a considerare quello che avrebbe potuto essere il mio paese, con le carrarecce spigate di vitalbe, brune di somari, stridule di ruote, calde di buoi e di armenti, le belle vigne in pendio e, nei maggesi, i capannelli di stipa croccolanti di tacchini, i prati di trifoglio e la canizza dietro la lepre.
Un mucchio di case nere, affumichite, un grappolo di comignoli, un luccichio di vetri e di finestre, un saliscendi di archi e di porte rozze e maltagliate, a cercine sugli orti fogliuti di pampane e di ficaie e dagli sbocchi delle straducole, come una musica battuta a tempo, i rintocchi del maglio sull’incudine, la fumata bianca dei trucioli sull’uscio del falegname e dal lavatoio lo sciaguattio dei panni sulle pietre e il cicaleggio delle donne: il paese.
E la piazza coi ciottoli consunti, bagnati di luna e di rugiada, il murelletto basso per i vecchi che vengono a solinare, pei malati e pei bambini.
L’infanzia sterpigna da una stalla all’altra, da uno stabbiolo di conigli a un pagliaio, mi avrebbe dato l’ispidità del pungi- topo e l’adolescenza di orsacchiotto la baldanza degli stinchi ignudi, pieni di macole e di guidaleschi: zucche prese a sassate, nidi sforacchiati, laccioli nei ristoppi alle allodole, pallate di neve, scivoloni sul ghiaccio. Sarei andato a scuola di malavoglia e, dopo la terza elementare, addio libri, carta, penna e calamaio!


MEMORIA

E caduta la sera,

andava l’ombra del bambino a sghembo,

sulla parete, quando,

nel cielo della cappa del camino,

madre, accendevi il lumicino a olio.

Ora che avverto diradar me stesso

e accendo di parole il mio deserto,

mi è caro ripensarti,

in compagnia dell’alba, giovinetta

che meni un gregge e canti alla pastura:

solo di te rammento,

in nenia sciolta la tua voce,

sull’orlo di una cuna.

 

INVERNO DI MAREMMA

 

Nell’odore del mare è il mio paese,

tepido inverno di maremma: fuma

il grigio delle nebbie nei forteti

e, come stoppie di un’estate,

ardono i ceppi accesi.

 

Nascono, al chiaro gemere di armenti,

con l’alba, i caseggiati in mezzo ai rami:

di somarelli imbrunano i selciati:

vanno le donne per il borgo assorte,

i lunghi fianchi, gli occhi adolescenti.

 

 


Idilio: Sono nato nella campagna di Asciano, vicino Siena, ma  ho avuto, per alterne vicende di lavoro di mio padre, ferroviere,un’Infanzia fiorentina

 

Ecco una poesia dedicata alla città di Firenze:

 

 CARA CITTA’DOVE MONELLO CREBBI

              *

Schiocchi di frusta

bubbolio di sonagliere al trotto

sono, nel mio ricordo, i tuoi viali,

cara città dove monello crebbi

e, al fischio, mi educai sui marciapiedi,

correndo scalzo dietro i fiaccherai,

dove altra scuola non conobbi

che gli schiamazzi della sassaiola

e gli argini del fiume:

 

cumuli di ghiaia

gobbi, sul greto, come dromedari,

e renaioli bruni sotto il sole:

su dal guizzo festoso, silenziose

risalivano le reti,

occhi di pesciolini addormentati

e colore dell’erbe erano le acque,

vi scompariva l’ombra dei palazzi,

la sera brillata dai prati:

 

carrozze infreddolite,

all’estro delle strade, un bruciataio,

giorni fiochi, botteghe di antiquario,

pareti di crocifissi, statue mutilate,

ma dalle vostre mani paglierine,

nelle chiome ridenti alle fanciulle

rinasceva un’estate di pamele,

come ali di gabbiani, sulle piazze,

in capo alle massaie, o trecciaiole.

 

 

 

 

Ero lo sbarazzino dei portoni,

suonavo ai campanelli dei signori,

provocando le serve, su dagli usci,

a coprirmi d’insulti e d’improperi:

dagli amici più veri, i cenciaioli,

beceri urlatori dei rioni,

la saggezza dei poveri imparai

né un verso chiesi mai

ai tuoi poeti grandi in Santa Croce,

cara città dov’io,

al lamento dei grilli, non dormivo:

- la casa, ultimo piano, là rivedo,

Rifredi, il prato - udivo

la notte fuggire sui treni:

stormiva il bianco del duomo lontano,

il fiume, allo stellato.

 

 

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Brano musicale

 


Idilio- Firenze mi è cara come Grosseto, come Siena, come tutta la Toscana.

 

Ricordi di fattoria.

La mia storia di ragazzo povero è legata alla fattoria.
Mio padre aveva dovuto smettere di mandare i treni e condannarsi alla sedentarietà dei campi.
Ora che è morto posso scriver di lui: so peraltro di non romanzare ed egli, che aveva a schifo la retorica, a denti stretti, mi direbbe: « Non vale la pena mettere in piazza la nostra superbia ». 
A vent’anni, era un tracagnotto, rinzeppito di gote, saldo di gambe, i baffi trasandati. Mantenne anche da vecchio, quando l’asma l’abbacchiava, sfigurandogli la faccia, una cert’aria di strafottente che per me era dirittura di carattere. Diceva infatti a noialtri figlioli: «Imparate a far da voi e non domandate mai niente a nessuno. Il peggio mestiere è quello del pitocco ». Sarebbe morto di fame piuttosto che chiedere soccorso. Aveva un gran timore di essere di peso. A volte, se c’erano in casa persone di riguardo, si estraneava, pronto a far cento miglia a piedi, gratis et amore Dei, se qualcuno l’avesse richiesto. Un magnifico altruista malcapito e sovente frodato. Fece, a diverse riprese, una diecina d’anni di soldato, poi fu assunto nelle ferrovie. Non ho mai saputo perché perdesse il posto o per meglio dire fosse mandato via. La mamma ci zittiva con un sospirone: « Vostro padre è stato sempre una testa scarica «.
Immisantropito si rintanò in Maremma, in quella più tetra e paludosa nei pressi delle ‘ Galere’ che servivano, una volta, ai detenuti di Leopoldo. Si adattò all’agricoltura, ma non ebbe mai fortuna. Di bestiame non s’intendeva e noi ne approfittavamo per arrembargli i cavalli. Siccome era di cuore, i più lo mettevano di mezzo.
Miseria e malaria erano pane e companatico nella nostra famiglia. Ricordo di avergli urlato dietro: « Che proprio non ci sia un altro posto per strappar la vita! ».
Livido come una zolla, mi rispose: « Cristo assegna a ciascuno il suo posto! «. Forse si reputava un bandito dalla società e il padule placava la sua inquietudine. Di Cristo aveva una stima fanatica: gli resultava l’unico galantuomo comparso sulla terra: leale e nemico d’ogni ipocrisia. E ne aveva, povero babbo! anche paura. Paura che lo punisse. La riprova che uno è vissuto male, era, secondo lui, una brutta morte.
« A mala morte libera nos, Domine ».
« Com’è finito male il tale — diceva. — Cristo l’ha arrivato!
Quantunque i maremmani siano per natura indolenti e indifferenti in fatto di religione, è in loro un certo fatalismo.
Negli ultimi anni, trepidava che gli toccasse una finale tragica e sconsolata. Invece non ho visto creatura al mondo morire più serenamente di mio padre. Stette in agonia due giorni senza più un movimento, assopito che pareva dormisse. Sono sicuro della soave presenza del Cristo, in veste di povero, accosto al suo letto di foglie di granturco.
Infine con la bocca e con gli occhi — come erano belli quegli occhi tinti di celeste!, mai li avevo notati in vita mia, schivando egli di essere guardato attentamente —- fece una risata e si ricompose per sempre.
Non posso ripensare alla Maremma senza mio padre.

 

Terra di mia madre

(da itinerario poetico 1966-1978)

                *                

Lieta ti seppi, terra di mia madre

che andava scalza,

i lunghi solchi nei begli occhi bruni

e m’incantò delle città senz’ombra

un vento di bandiere:spigare le torri vidi

e un chiaro di paesi all’orizzonte.

 

Io so di amarti, come allora,

per un fuoco di muri silenziosi

fra due cipressi, pel vigneto magro

sul ciglio rosso del greto,

per il lume notturno degli ulivi

avaro e scarno: ma più non odo

il suono di un armento

nè del bue lento il mugghio nel sereno

nè tra i pioppi canuti,

annitrire puledri al maestrale:

bruca la luna

i campi spogli e i vecchi cimiteri.

 

Io so di amarti per i tuoi maggesi

che d’ocra a Giotto tinsero i pennelli

e per le dolci membra dolorose

che il Buonarroti modellò di Cristo

per l’arborato Serchio

d’Ilaria del Carretto:

per i poeti, ti amo,

attica terra da cui venne Dante

e in cui son nato.

 

 

 

 

Idilio - Insomma: La Regione è La mia toscanità:

 

Dante è Firenze, è Toscana

Leopardi è Recanati

Pascoli La Romagna

Pavese Le Langhe

Ungaretti :Porto sepolto, L’Egitto

Montale: Ossi di Seppia

 

  Debbo alla maremma i ricordi più belli della mia infanzia, a Firenze la mia formazione culturale e a Siena la mia formazione spirituale.

Innamorato del passato  della città di Siena e dei suoi mistici, scrissi la vita di Santa Caterina, Ho scritto un libro sul trecento senese (Il Pianto delle torri) ho tenuto all’università degli stranieri senese lezioni di spiritualità.

Uno dei miei ultimi libriccini : “Polifonie di una notte deserta” e quelle lezioni hanno tratto ispirazione di là.

Neppure Siena mi è stata tanto grata; ma, evidentemente, nessuno è profeta in patria. Non lo è stato Dante, quando era ancora in vita, con i fiorentini ; non lo è stato Tozzi con i senesi che hanno aspettato che altri riconoscessero il valore della sua opera letteraria dopo  la sua morte.
Sempre avara mi fosti

(Da Polifonie 1976)

 

Sempre avara di lode mi fosti

città che amai non per la gente d’oggi

no certamente ma per la diffusa

anima dei tuoi santi, la luce paradisa

ed improvvisa che riveste i colli,

per i vicoli bui e le dorate

Madonne quasi adolescenti,

per le chiesine perse in clausura

e per le tue basiliche che l’alba

solleva luminose all’orizzonte,

 per i tuoi marmi stanchi e traforati

e per la piazza che l’estate inonda

di risse e di bandiere e per le torri,

nel cielo viola, cariche di gloria,

e per le sere che scolpita e bruna

 in te richiudi tutta la tua storia.

 

 


D. – Vi sono altri ricordi legati a questi luoghi della Toscana?

 

IDILIO- Certo, Firenze, ad es., ha segnato non solo la mia infanzia , ma anche la mia vita da adulto, come ho detto la mia formazione culturale.

  Dopo quel triste periodo dell’infanzia, quando mio babbo era ferroviere,  tornai a Firenze quando nacque il Frontespizio nel1929 . In quel periodo ho scritto i primi  libriccini di versi :

L’aiola di luce e le Ombre solitarie , Innocenza , Stagione Mattutina ,Tenerezza  .

Ebbi l’amicizia epidermica di Papini e di Domenico Giuliotti, ma le amicizie più durature con Piero Bargellini ,Nicola Risi e  con Mario Luzi.

 

Queste amicizie mi persuasero a non lasciare la Toscana.

  Divenni parroco a “Casal di Pari”  e lì rimasi  fino al 1944, quando i miei parrocchiani mi salvarono da una morte certa sulla piazzetta del paese, ad opera dei fascisti repubblichini.


Dal “ libro dei segni celesti” inedito

Piazzetta di Maremma        

(4 Giugno 1944)

                 *

Piazzetta di Maremma, alla rozza aria

di bosco, io me rivedo inerme

le spalle al muro, a te aderente come

a domandare aiuto e il sole a piombo

a crivellarmi il cranio

e l’orda nera degli abbietti, cento

contr’uno, pronti ad aprir fuoco,

ghighe  postribolari, il capo

lurido escremento, che mi tiene

la pistola in bocca e il buio

in tanta estate.

O rossa estate partigiana al largo

del bréntalo che schiuma libeccio

tu garrivi di morti adolescenti

e sulla piazza stramazzava l’eco.

Or nelle notti sopite

del borgo alla rozza aria di bosco,

un angelo scrive a carbone sulla parete:

“Qui uscì dal mitra infame

del fascista predone

incolume un poeta”.

 

 

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Brano musicale

 

 


Nel dopoguerra andai a vivere per un certo tempo, quasi da eremita, anche a Lecceto. Poi mi rifugiai in una povera e piccola casa di campagna , la mia “Domus bonitatis”, dove rimasi per molti anni.

 

Lecceto

Eremo antico, nel tuo sonno io vissi

l’inverno dei romiti al tardo fuoco,

il vento, a notte, strepitando in risse

di scheletri e di demoni contorti:

d’incappucciati assorti, a piedi scalzi,

un grumo d’ombre i chiostri.

O canuto di secoli rimani,

nel tuo silenzio di ilici severe

a custodire l’anima dei santi:

io vidi le celesti primavere

nel cielo degli «Assempri ».

E il tempo più non era.

Giovane e bella, bianca nel soggolo,

dai boschi qui saliva Caterina

che dal pane degli angeli irradiata,

come la mamma va dal suo figliolo,

Frate Felice chiama e frate Antonio

e a sé d’intorno aduna la brigata:

« Potete in ogni loco Dio servire

e non vi turbi l’eccessiva cura

del dove dimorare e in cui morire,

soltanto gli egoisti hanno paura” ».

In una corte bruna, a piè degli alberi,

le viole vellutavano la sera.

 

 


PICCOLA CASA (da “Poesie:Non tornerà l’estate”, 1976)

         *

La cicala ripete il triste metro

sul ciglio della sera:

in quel canto di vetro

il giorno muore,

 

Odorano di funghi le tue sere,

matura d’uve è l’aria,

un filo di bambagia l’addipana:

volti scomparsi e il suono

di antiche voci tornano

da una luce lontana

che subito si appanna

e si scompiglia,

ogni stagione ormai si rassomiglia,

ogni inutile attesa

mi sconforta

e la tua porta è chiusa,

piccola casa vuota.

 

E ti soffermi a mezzo ottobre, dici

poco meno di un terzo a noi rimane

dell’anno e già s ‘intenebra nei boschi

l’inverno e questa pausa di colori

adolescente d’erbe e di maggesi

ci ricorda la calma e lontananze

accese di paesi: il cane, a sera,

reca, nell’uggiolio, venti di prato.

 

Quando pallido e vano

dirada il bosco

e a lutto veste gli alberi,

non sei che il guscio

di una ghianda vuoto:

in te la notte,

dentro il vento, ascolto

e lo sgomento che mi fa lontano.

 

Sotto la gronda

foglie accartocciate:

crepita il ceppo, vaga,

sulle pareti,

una smarrita estate.

 

Odo il trotto degli alberi nel vento

e notturne pianure di nitriti:

dove lasciai l’infanzia, o bei puledri,

crescono fiumi d’erbe e la palude

incanuta di mare, va la gazza

scocheando, sui pioppi inargentati:

laggiù mio padre semina solchi neri

e attende l’orzo che maturi

ed io non scorgo ormai che cimiteri.

 

 

 

 

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Brano musicale

 


Idilio - Con gli amici di allora ci si stimava, ci si voleva bene:

Nino Salvaneschi, Giorgio Umani, Bruno da Osimo.

 

Erano gli anni del risveglio della letteratura cattolica e della maggiore attività editoriale di Vallecchi .

Volevamo ridar vita ai libri della fede .

Lavoravano con me  Giuseppe De Luce, Giuliotti, Misciattelli, Bargellini, Fallacara, Casini e molti altri.

Tornavano a circolare i Fioretti di S.Francesco, le opere di Jacopone da Todi, del Sacchetti, di Angelo da Foligno, del Savonarola, di S.Filippo Neri, dei mistici medioevali.

 Capimmo questo: Era inutile chiedere alle filosofie e alle politiche la soluzione ai nostri problemi interiori: il paese dell’anima era lì, quello che aveva trovato Clemente Rebora, Giorgio La Pira, P. Gemelli, Borsi, lo avevo trovato anch’io.

 


 

POLIFONIA SACRA

(da Polifonie di una notte deserta 1976)

                  *

Dio che cercai con l’intelletto, un suono

mi rispose, il tuo nome: nel tuo lume,

per ogni dove, vidi l’universo

e mi fuggì l’immagine del fiore...

 Dio degli schemi, come noi, schedato

nei manuali, troppo vasto sei,

tanto vicino a noi se per un fiato

che esce, morente il corpo, t’incontriamo...

Dio del mistero, dei perché insidiosi

 tanto da te mi basta essere amato

che lo scontroso me si fa sereno.

 

Noi diciamo di Te quel che non sei

e discorriamo dietro una parete

d’ombra, sovrapponendo le montagne

 a prolungare il nome tuo sì breve.

Oh, i pensieri degli uomini non sono

che mandrie di chimere allucinate!

Carovaniera Notte le conduce;

Tu il pelago raggiante e senza sponde

 che germoglia la vita e la riprende

 

ed io, sull’onda tutta luminosa,

il pallido gabbiano che riposa.

Senza di me fu il tempo, l’infinito

fiorir di primavere e di stagioni:

  con me l’eternità bionda di sole.

E non sono, Signore, il prima e poi

altro che vani segni a limitare

un’impotenza fatta di parole.

 

 

La tua parola è il Verbo che dischiude

 un’armonia taciuta e sconosciuta:

Tu respiri per entro la sua Carne

immacolata, come un flato enorme

che i disegni degli uomini scompone.

Tu che i silenzi popoli di note,

 o musicale Dio, fammi conforme

alle tue stelle immemori e remote.

 

Tu sei, Notturno Dio, il claustrale

che la dimora elesse tra gli abeti.

Quando il silenzio domina sovrano,

  cammini a lenti passi solitari

sulle tombe dei santi e degli asceti,

lieve come il crepuscolo che indora

l’erba dei presbiteri addormentati.

Ancora sulla terra gli eremiti

 vanno reclusi in una fede oscura:

li penetri così come fa l’acqua

dentro la creta in cui germina il grano.

Tacciono i sensi e le lusinghe buie

e nasce dal morire l’ora bella:

  la dolce tenebrìa, l’azzurro fiore

a partorire s’apre il Paradiso.

 

Noi gli incompiuti, Ti crediamo, Dio,

nelle creature e d’ogni cosa al fondo

pesa l’affanno e la desolazione.

  Alberi senza vela in mezzo al mare,

i nostri giorni si agitano al vento:

battono l’onde su lo scoglio nero

e ci illudiamo di trovar riposo

in altri lidi, sotto nuove stelle,

 ma sta l’abisso dentro l’occhio vuoto.

 

 

Sono il cencioso, il logoro di fame:

eppur questo ludibrio mi consola:

vedo negli occhi altrui la stessa pena,

mi siedo con i poveri la sera

  sullo scalino della casa nuda.

Ha gesti desolati la miseria,

la mano adunca si agita e si spiana,

quasi cercando la tua veste d’aria.

Ma la coltre del sonno è meno dura

  della giornata livida e patita:

è cadere così nelle tue braccia,

senza invocarTi, con la bocca chiusa.

 

Sarò come la pietra in cui rifulge

il volto che l’artefice vi infuse.

 Tu che soggiorni, Dio, sulle montagne

e scolpisci le immagini per lampi

perché l’eternità rinasca in noi,

questa inerzia condanni che rinchiusa

dentro la fitta sordità dei sensi

 da Te ci estranea e ci fa quasi muti.

 

Mi empivi di paura e di stupore

quando riverso in cumoli di fieno

dell’infinito mi parlavi, Padre.

E la cetonia colorava il giorno

  del suo lamento e il passero furtivo

migrava con la spiga dentro il becco.

La rondine recava a me, su1 petto,

il segno bianco della tua bontà.

Un cerchio d’alba, a notte, in mezzo al prato

 era il paese dell’eternità.

 

Nelle vetrate delle cattedrali

i tuoi santi Ti pregano, Signore:

hanno le infule d’oro, i pastorali

ricurvi, abbacinati da una luce

 che invermiglia le pietre sepolcrali:

le vergini sorreggono le chiome

come morenti spighe nelle mani.

 

Io non voglio, Signore,

che il tuo respiro tenero di Padre

  e so che il mare muove

verso di Te con l’ansia del suo cuore,

che il firmamento carico di opale

è un colloquio dipinto di stupori.

Gli uccelli migratori, il sole, il vento

 sono la tua canzone

e solo s’interpone,

tra la vita e la morte, il bene e il male.

Tu che mi dici a sera

« È notte, va’ figliolo, vai »

  tra foglia e ramo lieviti il richiamo

di una certezza fatta a me più pura:

dei mali che pavento niuno allora

mi trafigge di strazio o di paura.

 

Quanto hai creato, Dio,

  nell’universo è bello:

il mare, il firmamento

e l’ape ed il giumento,

la lacrima e il sorriso,

l’abisso e il Paradiso,

 la luce del beato

e la fosca tristezza del dannato.

 

Che saranno, Signore, queste mani

su cui piovvero lacrime di fiele?

Tu me le desti a trapiantare rose

  nel tuo giardino:

l’infanzia colma di baleni d’oro

seppero e la carezza ventilata

dei pruni, il disinganno,

il patire, il partire

  delle persone amate

e claustrali ,giacquero nel buio.

Verranno a Te come ali ripiegate

vinte e deluse?

Abbi pietà, Signore,

  di queste mani chiuse.

 

Geloso Dio, mi hai dato che Ti senta

come l’abisso della perfezione:

ma l’ansito del vento stanca il fiato

e la polvere sale dalle strade.

  E se la notte su di me riversa

la tua chiarezza e torna il mio passato,

opaco mi ritrovo e senza volto.

Mi scioglierai da questa prigionìa

che nella creta l’anima confina?

  Io numero i miei giorni e gli anni avverto

che poseranno in grembo al tuo sorriso:

l’aurora spunterà dal mio deserto.

 

Deluso Adamo, ti ritrovo, a giorno,

col filo d’erba su le labbra:

  dell’albero incantato al tronco siedi:

odi lo schianto d’uragani, vedi

d’ossa fiorir le zolle sotto i piedi.

Ti pende il tempo sul canuto mento:

in colonne di fumo, a cento a cento,

  il groviglio dei regni e degli imperi

arde, si torce, si arrovella al vento.

Una sorte ci eguaglia e ci percuote:

io non piango con te le tue sciagure,

nato di terra, ma la derisione

 dei giorni dentro le mie palme vuote.

 

A costruirsi l’Eden distrutto

innalzarono gli uomini le case,

ma le finestre parvero, di sera,

tanti occhi di morti.

  Fecero strade e giardini

e un mendicante fu visto

e una fanciulla a piangere tra i fiori.

Adombrarono il mare di velieri

e un vento amaro li lasciò deserti.

  Si spinsero nel cielo, ardimentosi,

cosparsero la terra di vittorie

e sulle braccia recavano

 ghirlande funerarie.

Or disgregato l’atomo, li tiene

  la paura sospesi ad una rupe

come branchi impazziti di fanciulli.

 

Foglie rosse! Sono embrici, Signore,

per la casa dei morti.

Noi ravviviamo in esse le illusioni

  che qui tenemmo dentro gli occhi assorti.

Come un drappo è quest’erba di velluto

che chiama i vivi e i cari estinti aduna

e li veste di un sonno sconosciuto.

Ma la notte ci avverte che il giardino

  del gran silenzio, oltre la terra bruna,

albeggia ed è fiorito.

 

Son frammenti di sillabe le pietre:

anche le pietre gridano il tuo nome.

Vi costruimmo le città selciate

  battute dall’angoscia e dal dolore:

si sfaldano chimeriche demenze

e in falloppi di cenere le ebbrezze

e le notti son luci avvelenate

e un frettoloso, vorticoso andare

  risveglia l’eco delle sepolture.

Ma niuna casa ci darai più chiara

di questo cielo che hai riposto in noi,

ineffabile quiete delle alture.

Quanto lasciammo di caduco tace:

  ci empi di azzurra tenebra le mani:

moviamo, in sogni opachi,

verso beltà silenti e irrevelate.

Così giungono i morti alla tua riva

e un velame dolcissimo li tiene

  da noi lontani.

 

Sarà buio il mio corpo

ed io starò dinanzi al tuo costato,

Cristo Signore: Ti dirò contrito:

Fui l’angelo predato

  e reco dall’esilio

un trasalir di rose e d’erbe amare.

Non trovai che un frammento illuminato

 negli uomini creduli.

Udivo in grembo agli steli

  il fioco pianto di Abele.

Ma Tu passavi forestiero,

sedevi all’ombra dei poveri

sulle porte logore di vento.

Eri il demente pallido,

  il carcerato, il ferito,

eri l’ombra trafitta sul guanciale.

Nel bianco sepolcrale io vidi

fiorire le tue mani.

Doleva ai vecchi la memoria

  di età defunte,

chiari d’aurora i pargoli

avevano i tuoi occhi:

gelose di silenzi,

allo spigar delle stelle,

  le tue chiese.

Eri brezza soave, eri l’Amore.

 

Accompagna il mio credere

una stupita luce

che increspa l’orizzonte:

  passano i Santi,

tra l’ombre di quaggiù

e, mendicanti di eternità, i poeti.

Le ore che si allietano

di Te godute, le sere inerti

  nell’anima smarrite,

si fanno ora speranza di un’attesa.

Coglie il pensiero,

come l’anguilla il suo boccone d’aria,

la nullità che lo delude

  e sa che dove il nostro tempo vive

esulta un grido d’innocenze:

a pena un drappo bianco ci divide.

 

 

 

                                              =================================

Brano musicale


 

 

 

Idilio- Con tutto questo, resto affezionato alla mia Toscana. In cubicolo meo moriar

 

Ora di me stesso eremita

tra quattro muri di silenzio

nascere ascolto in mezzo ai rami il tempo

e una nenia mi pare sì lontana

quale fu la mia vita emarginata e sola

sconto il vissuto-

non vissuto in questo

romire di foglie

e un pensiero assiduo mi accompagna

al paese dei morti.

 

 


Da Itinerario poetico 1966-1978 inedito

 

Foglio bianco XE "Foglio bianco"

        *            

Vorrei non essere nato o il già vissuto

non fosse che un foglio bianco:

un peso stanco di giorni con me reco

e disilluso guardo nella mano.

Quanto di questo mondo effimero

abbia goduto o goda altri, lo ignoro

e se a ritroso percorro il mio cammino,

emarginato e solo mi ritrovo.

 

Talora vidi una città di lumi

fiorire, d’improvviso, nel sereno e di lontano

brillare e terra e cielo insieme:

immaginai, sopito ogni rumore,

il reame di un popolo felice

ma come il giorno quelle luci,

d’un colpo, spense e rivelò le case,

macchine in fuga udii e l’urlo di sirene.

 

 

Opaco sonno XE "Opaco sonno"

           *                     

Non io, velato sonno, ti chiesi

di nascere alla vita: a te ritorno

oscurità di sera;

spento il doloroso esistere

che antica seppe l’anima del vento

opaco sonno da cui venni

Ti renderò la spoglia che mi hai dato.

 


  Tranne che il ricordo XE "Tranne che il ricordo"     

                  *  

Non ho più nulla tranne che il ricordo

e d’altre primavere mi ragiona

 il passero, di sera, ma funesta

già la stagione che mi fu gradita

sopra la porta indugia: va la luna

carezzando i tuoi fiori e l’ombra lascia

della tua mano stanca

a pena mossa

e un’immensa pietà mi prende allora

di te, di me, di questa mia sventura

né chiarità di stelle mi consola:

smarrito e solo a quelle rimirando,

altissime, vorrei sul ciglio bianco

dell’astro più deserto essere accolto

ma ognuno reca in volto la sua notte

e l’eco dei suoi morti l’accompagna.

 

 

Non ho voce XE "Non ho voce"           

            *        

Una musica d'alberi sul fuoco

crepita o notte, ed io qui solo, in questa

povera casa, ove singhiozza il vento,

altri inverni rammento al mio sconforto:

le lunghe veglie, il chiacchierio soave

di figli e di cognate, il casolare

sul fiume, la palude e il tepore

di stalla nelle mani di mio padre

mentre ai giovenchi nevica sul dorso

il lume addormentato della trave:

nel vento ascolto,

col suo bestiame e l’uggiolio dei cani,

la carovana che mi dice “addio”,

e un pescatore ossuto mi trascina

nella sua rete buia in fondo all’acque

 e non ho voce per gridare “aiuto”.

 

 

 

Ridammi gli occhi del bambino e il prato  XE "Ridammi gli occhi del bambino e il prato"

dove l’azzurro trema:

nella stagione estrema, or fatto segno

all’altrui scherno, ostile a me divengo

 e mi compiango, i dì fuggiti piango

e quelli che verranno: dato almeno

 mi fosse, Padre, premere la gota

nella tua mano, come

sull’erba che vacilla nella sera!

Ma tu dalle illusioni, a poco, a poco,

mi disavvezzi e tardo e fioco il senso

di ogni diletto perde la memoria.

Padre che mi hai promesso di abitare

con te stesso e col Figlio Redentore,

lo Spirito d’Amore e la gloriosa

Vergine perdolente e i tuoi beati,

fammi più breve il tempo e la dimora

sì che ritrovi gli occhi illuminati

di quel bambino e il prato

dove l’azzurro trema.


 

Ora che ricomponi, a frammenti XE "Ora che ricomponi, a frammenti"

nella cella dell’anima, pietosa,

questa vita, rammenta gli anni irosi,

i boschi di maremma, la mitraglia

funesta, il mio lamento, il bianco

della tua mano a ricoprirmi gli occhi.

 

Di rimpianti addoloro: oh, meglio giovani

sul tuo petto cadere come Tuldo ,

in un grido di sangue fatti eterni,

che nell’inedia e attendere!

 

Pure per certe notti tenere che vieni

a consolarmi e che mi avvii,

come fanciullo a quelle rive dove

i morti nell’amore hanno il tuo volto,

io dovrei molto ringraziarti:

d’avermi in povertà salvato

e riservato all’ultima cena

dei tuoi pensieri, pane immacolato.

 

 

 


L'ombra e le cose XE "L'ombra e le cose"

              *      

O tumultuosa immagine di noi

chi fermerà quell’attimo in cui vera

sarai per sempre? Io quel bambino fui

che guarda grama la sua cena e il vento

inseguire fantasmi ode alla porta,

io quel ragazzo che, sui libri, chiede

una risposta ai morti, io quell’assente

omuncolo tra i vivi che gli insulti

si ebbe dai vili e la pistola in bocca,

‘io quel vecchio sarò, l’ombra di un’ombra.

 

Ingialliti ritratti alla parete,

oggi ho pietà dei miei volti defunti.

 

Fa che mai ti riveda, che non sappia

dove sparita sei, o tu incompiuta

giovinetta che mi hai detto addio,

così leggera quando sei partita,

lasciandomi i begli occhi

d’acquamarina e i prati della sera.

 

 

 

 

 

===================Brano musicale

 


Commiato.
Fosti il piccolo re delle pianure

e bevesti la luce dei ruscelli
ne la giumella delle mani pure:
la fragranza del sole nei capelli
e nell’ anima un nido di stornelli.

Ti segnava col crisma dell’ aurore

tua madre in fronte, scalza a mezzo i solchi:
mattinieri cantavano i bifolchi
dietro il muggito di giovenche more,

gli usignoli migravano in amore.

L’ orizzonte di perla era sul mare,

ogni fronda gemmata di frescura,

e di miele gocciava l’ alveare.
Ora, non sei che un tacito eremita

che, nel silenzio della clausura,
accarezzi la rondine ferita.

Ti metterai in viaggio, anima mia,

gli usignoli saranno a pié del monte,
sbiancheranno le stelle all’ orizzonte,
il tuo volto troverai d’ allora,
dietro la scalza traccia dell’ aurora,

nel lume d’ oro della poesia.

Neve di gregge in placide ulivete

e l’ arso greto acceso di ciclami

e le pianure vive di richiami,

poi canteranno tutte le campane

svegliando l’ ombra d’ anime lontane.

Cielo senza confine e senza strade,

piccola terra, terra di mia madre,

dove tutte le cose eran leggiadre,

risorgerete e dall’ antico mare,

le rondini verranno a meriggiare

tinte d’ azzurro, fresche di rugiade.

Alla Vergine Maria

Mi vestirai di rondini e di fiori

se tornerà con te, Vergine bella,

il fanciullo di un giorno a cui negli occhi

Luceva un alba chiara di albicocchi

e, a sera, il foco d’oro di una stella.

 

Ecco Maggio che mette uno stornello

in ogni casolare: in mezzo al verde

erran salmi di allodole remote

e le tue pievi intonano devote

un inno che nel cielo alto si perde.

 

E la preghiera un grido di candore,

giovane come l’erba che si bagna

di rugiada e di sole: come il pane

ella profuma di dolcezze umane

e nell’esilio nostra pia compagna.

 

Se nel tuo volto, Vergine, mi specchio,

ritrovo l’ombra dell’ età lontana,

timida e pura come quella polla

che d azzurri silenzi si satolla,

nell’antica foresta montigiana.

 

Opaca terra che ci fa pressura

isterilisce l’ anima e la mente:

tu sei fontana de la vita vera

da cui discende a noi la primavera

delle speranze candida e ridente.

 

Altro non chiedo, Vergine clemente,

che di vivere al mondo sconosciuto,

asciugando una lacrima

ignorata nel nome tuo, Regina Immacolata,

che nella morte mi sarai d’ aiuto.

ALLOR CHE MI VORRAI

                    *

Allor che mi vorrai,

mi staccherò, nell’alba,

anima adolescente, come fiore

che lascia il ramo frale:

spunteran l’ale

d’angelo dove germinò l’amore.

Di letizia tremare mi vedrai,

ma la terra ingannevole e remota

m’apparirà come una casa vuota.

 

Il volto amico

Cerco nell’alba il tuo volto, Signore,

e la luce che veste la collina

mi empie l’ occhio mortale di stupore

e mi ritrova nuovo ogni mattina.

Poiché freme la terra dell’arsura,

una sete pervade le mie vene

e l’ anima che anela d’esser pura

scorda la fonte viva dei suo bene.

Quando la sera l’alte cime indora

e nel fondo dei laghi trascolora,

l’anima mia si accora.

 

Tempo, moneta d’ oro sconosciuta

dentro la palma ignara di un fanciullo,

ore gettate al vento per trastullo

Abbi pietà, ,Signore,

di questa inerzia di materia bruta!

 

Questo solo ti chiedo, che il tuo volto

ogni giorno da me non s’allontani,

si plachi nel perdono ogni mia pena

e ti fissi così senza paura

nell’ ora che si oscura ogni luce terrena.

 

 

Il Dono

        *

Signore, fa del mio canto una gioia

che tremi di dolcezza tutte le aurore,

fa che il silenzio lo accenda

come un piccolo incendio d’amore.

 

Fa della mia casa un cristallo

lucente di primavere

e cento campane vi passino dentro

come un fiume di bionde preghiere.

 

E fammi sostare alla porta,

a la tua porta, Signore,

come l’ ultimo dei tuoi,

accendi ne la mia voce un sorriso

che anche se piango

riveli il tuo dono d’amore.

 


LA CASTA MERAVIGLIA

                 *

Sai tu dove ripone, anima mia,

la sua gioia il tramonto?

Forse a la riva ove ciascuna pena

si placa e rasserena ed ogni volto

s’illumina d’eterna poesia.

Questo vorrei, Signore, che ogni fiore

non avesse malìa d’essere colto,

e la bellezza fragile del giorno

fosse l’incanto della mia preghiera

poiché si attrista, a sera,

chi lontano già vede il suo mattino,

ombra che discompare sul cammino.

Ogni giorno che muore, o Dio Signore,

è un gradino che sale a la tua porta.

Fa che, senza rimpianto,

cader veda le rose ai miei ginocchi,

sicché mi prema gli occhi

la casta meraviglia di chi torna

a la tua casa o Dio.

 


Le soglie

 

Le tue soglie, Signore,

tremano in alto come foglie d’oro

nel giardino sereno dell’ Amore.

 

Nei tuoi porti d’argento

approdan gli innocenti a cento a cento.

Curvi nel loro dolce scoramento,

tornano i morti stracchi dell’esilio,

gli occhi scarniti da la terra, un poco

di fresco cielo a chiedere che sanno

di ogni umana dolcezza l disinganno.

 

I vivi su la strada del dolore

chiudon le mani in croce a rimirare

le soglie dell’amore.

Non ti accorare triste anima mia,

 

poiché d’ogni pena il Signore

forma un piccolo fiore,

detta una nota nuova all’ armonia.

 

 

“Non muore chi non viene dimenticato”

Isabella Allende

 

                                                     FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23-02-17